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La profezia dell’osservatore di Marcella Ferro

Forse io stessa qualche tempo fa ero sulla strada sbagliata quando sostenevo e credevo che la produzione di Angelo Maisto, in qualche modo fosse afferente al Surrealismo d’inizio Novecento. Se si casca nell’errore di pensare che l’artista napoletano si lasci ispirare dal sogno, dall’incontrollato inconscio non si guarderà ai suoi acquerelli quanto alle sue miniature con lucidità ma ci si lascerà trasportare nella direzione più facile da percorrere ma anche la più errata. Il lavoro di Angelo è quanto di più concreto si possa osservare, più simile a un sillogismo aristotelico, in altre parole un ragionamento concatenato che a un mero effluvio onirico. Tratto ancora più evidente nei suoi ultimissimi lavori, nei quali gli esseri che ricostruisce pittoricamente con la stessa minuzia di un acquerellista del Settecento e con la per lui ormai peculiare precisione scientifica dell’Besthiarium e dell’Herbarium, sono poi resi tangibili nella plasticità del volume scultoreo. Piccole visioni, nel senso profetico del tempo, frutto di una lettura attenta della realtà, dei segni che la natura cerca invano di offrirci. Eppure Maisto non guarda a esso con il senso drammatico di un ambientalista o di un uomo semplicemente spaventato dall’incertezza del futuro. Più che altro la sua analisi è il frutto di una calma consapevolezza della finitezza umana e la ciclicità dell’esistenza, una connessione di eventi entro i quali tutto è riconvertito a nuova vita. Si tratta del gioco dell’esploratore, insomma, fatto di ‘cose tanto semplici – direbbe Maria Lai – che nessuno capisce’, osservare, immaginare, descrivere e raccontare.

Marcella Ferro

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